Per tutti quelli che non hanno la fortuna di sentire le sue lezioni, ho scovato questa intervista di Federico Ferrari del 2006 in cui definisce il ruolo del curatore.
Da leggere tutta d'un fiato.
Il curatore è il balenìo di uno spettro che subito svanisce per ritrovarsi altrove. Quel che oggi, per tante ragioni, è diventato il curator, è quanto di più lontano esista dal fantasma che egli dovrebbe incarnare. Se vuol davvero cercare di comprendere chi egli sia, non gli resta quindi che allontanarsi quanto più può da se stesso.
Il curatore non dovrebbe esistere. I direttori di museo e di Kunsthalle dovrebbero fare quello per cui sono pagati e chiamare semplicemente e direttamente gli artisti. E questi dovrebbero, se lo vogliono, farsi aiutare da propri "complici". Il curatore dovrebbe, al massimo, essere un complice dell'artista, scelto quindi dall'artista (non viceversa come accade oggi).
Il mondo degli artisti dovrebbe smettere di accettare di sottomettersi o di essere sottomesso da una classe di mediatori culturali (è questo il ruolo che svolgono oggi, nella quasi totalità, i sedicenti curatori). L'artista dovrebbe, anzi, riappropriarsi della centralità del proprio lavoro del proprio modo di vedere e sentire. Sentendosi libero, quando lo crede, di istituire affinità elettive con altri artisti, altri intellettuali, altri mondi senza bisogno di mediazione alcuna. Le grandi mostre nascono anche così - il Constable di Freud.
Il curatore dovrebbe accettare il ruolo di "accompagnatore" o di compagno di viaggio di alcuni artisti che ama e dai quali è amato - "non vi sono che legami d'amore". Se così fosse, allora potrebbe aiutare l'artista nell'ideazione e nella disposizione dello spazio espositivo e delle possibili risonanze che lo spazio può generare. Altrimenti, se le sue aspettative sono altre, si dedichi direttamente quelle.
Se ha un' aspirazione critica, si dedichi a una critica davvero indipendente e di lungo respiro. Faccia della critica, non delle recensioni. Lasci quel compito giornalisti. E soprattutto eviti di creare un pietoso conflitto d' interesse tra il ruolo di recensore e quello di "produttore/ideatore" di mostre. Eviti di curare mostre per collezionisti. Eviti di farsi pagare dai mercanti. Eviti di firmare cataloghi senza nemmeno aver visto le mostre. Eviti di scrivere sui quotidiani e sulle riviste specializzate. Eviti.
Il curatore si liberi del potere che la sua figura sta assumendo. Non si erga al ruolo di impresario, al soldo della finanza e della politica, che, di volta in volta, scrittura artisti in uno spettacolo itinerante degno del più patetico e triste dei circhi.
Che ognuno riacquisti la propria libertà la dignità del proprio lavoro: l'artista faccia arte, il critico critica, il giornalista informazione, il mercante mercato, il direttore di museo di una direzione e il curatore non faccia niente - ascolti e rumini, apprenderà forse così chi avrebbe potuto essere.
Il curatore si faccia piccolo e umile. Si disfi di tutto. Torni negli atelier. Vada ad ascoltare, a guardare. La smetta di parlare e si faccia cassa di risonanza per pensieri altrui, lasciando ad altri la scena.
Abbia la forza di dirsi "io non sono nulla, non ho una professione, non ho un identità" e forse allora potrà davvero prendersi cura di qualcosa o di qualcuno.
O meglio, qualcosa o qualcuno potrà affidarsi a lui, fidandosi della sua capacità di ascolto per diventare in fine ciò che doveva essere.
Il più grande dei curatori è il flanuer: si prende cura di tutto ciò che di notevole incontra, perchè ha conservato in sè quel candore che gli permette di lasciarsi stupire da ciò che, sempre di nuovo, avviene dietro l'angolo, dove i passanti indaffarati non guardano mai.
La sua unica dote è l'attenzione. Il suo solo fine fare segno.
Intervista a Federico Ferrari, in C. Bertola, Curare l'Arte, Mondadori Electa, 2008, pag.119-120.
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